venerdì 9 gennaio 2026

Pazienza....ma non troppa..

 Dal  Corriere di Siena.

Un'opera di Andrea Pazienza al centro di una disputa

Il disegnatore poliziano di adozione realizzò un pannello poi finito in discarica

Marco Decandia

09 Gennaio 2026, 09:02

Andrea Pazienza

Negli ultimi anni della sua breve e bruciante parabola, il fumettista geniale e maledetto Andrea Pazienza cercò un luogo capace di rallentare il rumore del mondo. Lo trovò a Montepulciano, dove si stabilì nel 1984 per fuggire dagli eccessi che lo stavano accompagnando, portandosi dietro inquietudini, visioni e un’urgenza creativa che nemmeno la quiete toscana riuscì a spegnere. Prima una casa nel centro storico, poi il trasferimento in campagna, con lo sguardo che dalle finestre correva fino al Tempio di San Biagio: un paesaggio che filtrò nei suoi lavori, dalla poesia dolente di Pompeo alle luci nette e spietate della Val d'Orcia. Qui sposò Marina Comandini, qui passavano amici e colleghi nella casa che Roberto Benigni ribattezzò ironicamente “Villa Fumo”, e qui, il 16 giugno 1988, Pazienza morì a soli trentadue anni. Montepulciano fu insieme rifugio e ultimo orizzonte creativo.

Mentre l’autore cercava equilibrio tra le colline senesi, un’altra vicenda legata al suo nome prendeva forma lontano, in Romagna. Nel 1985 il Comune di Cesena commissionò a quattro giovani artisti una serie di pannelli destinati a coprire il cantiere della fontana Masini. Tra loro c’era anche Pazienza, allora ancora lontano dalla consacrazione definitiva. Nacque così lo Zanardi equestre: un grande dipinto su truciolato, tre metri per quattro, che raffigurava il suo personaggio più iconico in sella a un cavallo. Al termine dei lavori, però, quelle opere furono considerate materiali di risulta e distrutte dagli operai. Tutte, tranne una. A sottrarre lo Zanardi alla discarica fu Riccardo Pieri, all’epoca poco più che un ragazzo, animato da una passione istintiva per l’arte underground. Vide i pannelli fatti a pezzi, ne riconobbe il valore e decise di intervenire: raccolse i frammenti, anche se non tutti furono recuperabili. Quelli che fu in grado di strappare a un destino di scomparsa li ricompose e li fece restaurare. Per quasi quarant'anni l’opera è rimasta con lui, custodita lontano dai riflettori, fino ai prestiti per alcune mostre e alla definitiva consacrazione con l’esposizione al Maxxi dell’Aquila, nella grande retrospettiva dedicata a Pazienza.

Quel salvataggio, però, ha aperto anche una controversia. I carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale hanno ipotizzato un caso di appropriazione indebita, poi archiviato: secondo gli inquirenti, Pieri non può essere ritenuto responsabile per aver recuperato un’opera destinata alla distruzione. Diversa la posizione di Sauro Turroni, all’epoca funzionario comunale e promotore dell’iniziativa, che rivendica la proprietà pubblica del dipinto: l’opera, sostiene, era stata commissionata e pagata dal Comune, e la sua distruzione materiale non ne avrebbe cancellato la titolarità.

Oggi lo Zanardi equestre sopravvive come una reliquia sfuggita al caso, frammento prezioso della storia dell’arte italiana recente. Attorno a esso si intrecciano ancora una volta i luoghi di Pazienza: Montepulciano, l’Emilia-Romagna, la Val d'Orcia. Geografie lontane, ma unite dalla stessa urgenza creativa, che continua a riaffiorare, ostinata, a distanza di decenni.

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